L’acqua è acqua. E su questo non ci piove (o forse sì). Scherzi a parte, il valore dell’acqua andrebbe misurato esclusivamente in base alla sua qualità e al suo impatto sull’organismo. Dovrebbe essere questo il punto cardinale che ci guida quando pensiamo a come soddisfare la nostra necessità indispensabile di bere. Tuttavia il commercio moderno ha fatto in modo che, anche quello che è un elemento naturale, si trasformasse in un prodotto industriale pronto da imbottigliare e lanciare negli scaffali dei supermarket.

Nella battaglia del mercato quindi risulta fondamentale, per le aziende del settore, trovare dei “plus” o degli slogan pubblicitari, enunciati da testimonial accattivanti, in modo da differenziare e valorizzare una cosa che di per sé è già imprescindibile per la nostra vita. Acque che fanno diventare modelle o atleti, acque che stimolano l’organismo, acque per le mamme: se l’acqua è veramente sana fa bene all’organismo e quindi al nostro benessere. Punto. Tutto il resto è marketing.

Ma quanto ci costa tutto questo? Ci propongono acque speciali che migliorano la salute, tuttavia dimenticano di dire che per produrre la bottiglia di quell’acqua magica si crea un impatto ambientale dannoso che annulla i presunti benefici: petrolio per produrre la plastica, per trasportare le bottiglie e per smaltirle (se si riesce). A tutto questo aggiungete il ricarico su ogni singola bottiglia d’acqua: produzione, distribuzione, pubblicità, packaging per qualcosa che potreste avere direttamente dal rubinetto di casa vostra, pagando soltanto la microscopica percentuale di quello che state realmente bevendo.